UNA IDEA SULLO STEMMA DELLE MURA DI SASSARI E I SUOI GIGLI
(cosa cazzu zi fazzini li ziddai umpari si erani in gherra)

Dai sa Letzione de Mastru George Marco Aspininae, subra sa Mitologya Sarda intitulada: Su Lizu e sa Ispiralide Bina Sacra dej sas antigas tumbas a ue sos mortos vivian cun sas Janas.

Da oggi, nel “cambiare la foto del mio profilo” mi sono fatto fotografare di fronte e non di profilo non perché mi sento figo con il Borsalino di finissimo feltro sardo, calpestato a gualchiera, che per i cappelli è il miglior tessuto del mondo. Il cappello è un regalo spontaneo di G.B. Sanna. Il fiore bellissimo, invece: lo conoscete? Se lo cercate in un negozio di fiori non so se lo trovate, magari ce l’hanno, ma credo di no perché forse si crede che una volta reciso duri poco l’effetto figata che hai fatto con la tua Figa. Ho cercato su Google, che usato bene serve eccome, e ho trovato questa descrizione, che poi commenterò
Il nome generico (Dactylorhiza) è formato da due parole greche: “dito” e “radice” e si riferisce ai tuberi suddivisi in diversi tubercoli (tuberi a forma digito-palmata). Il nome specifico (sambucina) deriverebbe dall’odore di sambuco che emanano alcune piante di questa specie.
Il binomio scientifico di questa pianta inizialmente era Orchis sambucina, proposto dal botanico e naturalista svedese Carl von Linné (1707 – 1778) in una pubblicazione del 1755, modificato successivamente in quello attualmente accettato (Dactylorhiza sambucina), proposto dal botanico ungherese Károly Rezso Soó (1903 – 1980) nel 1962.
In lingua tedesca questa pianta si chiama Holunders-Knabenkraut; in francese si chiama Orchis à odeur de sureau.
Questa piccola orchidea, che si può trovare in diverse gradazioni di colore, che vanno dal giallo, al rosa, al rosso porpora, vegeta in prati aridi, pascoli, arbusteti e boschi radi, soleggiati.

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Linnaeus, che era un soprannome della studioso che era medico ma non sapendo cosa fare, perché nella sua locanda passavano tutti sani, si mise a descrivere piante e fiori,e gli dava nomi stranissimi, lo chiamò Hymenocalis: calice a forma di imene. Boh. Infatti non piacque e lo chiamarono Pancrazio, perché se “giglio” è maschio, non può chiamarsi Jimenia, come fanno i Ceki. Per i Sardi, antichi e attuali del mondo contadopastoralmarino, su lizu (sambuchinu?), comunque esattamente questo giglio color carminio che nasce spontaneo l’ho trovato ai bordi della strada di campagna che porta a casa mia..Dove abito si chiama “Santa Maria de Lizos, cioè, esattamente, Santa Maria dei Gigli. Poi sono andato a piedi a Platamona, per prendere il Mezzo del Popolo Oppresso, (MP (via) Ottava e ne ho visto tantissimi sulle cunette che costeggiano lo Stagno della Pietra Lata. E lo era anche per tutti i popoli del Mediterraneo. La sua simbologia è questa, in schema
1) Nasce a Maggio, nel periodo della massima fioritura e dunque, insieme al giglio bianco della sabbia, il Pancratium Illiricum. Un altro nome possibile, ma non bene documentato e dunque da guardare con sospetto Inquisitorium Cullezii, sarebbe “Giglio dalle dita di drago”. In entrambi, uno simbolo della Sardegna e della Corsica e l’altro di Flora Florentia, cioè la Firenze di Federico il Falconiere che imparò dai Sardi l’Arte della caccia con l’Uccello – invece della caccia all’uccello che i Gesuiti dicono essere, in quei tempi, quella riservata alle donne. Un suo cattivo consigliere lo avvertì che sarebbe stato meglio pagarsi il copyright, ma Lorenzo, dopo averci pensato, decise che era meglio non andare fino a Roma, pagare una indulgenza per i peccati di gola e di sesso che faceva senza che a lui paressero peccati, e passare i diversi gradi di ispezione al microscopio della Santissima Gesuitica Inquisizione, poi aspettare che il libro fosse imprimato a Toledo dal Inquisitor General doppa altre numerose peer review e il rischio di passare qualche mese in Castiglia in lunghi interrogatori. Il Compagno di Gesù, che si chiamava Juda, restò interdetto: di cosa stava palando, se ancora Granada era “possesso” di una linea di Muhammad che non piaceva né al Profeta né ai Cristiani?.
2) Non credo che nella simbologia del giglio non contassero la bellezza e le differenze nei colori, ma il bulbo, come si è letto nella descrizione non mia, è visto come una “zampa” di un qualche essere mitologico in forma animale, in un caso la stella Sirio B (scientificamente, “digitaria”), nel secondo, il Drago. I Dogon, popolazione nera subsahariana del corso del Nilo, che viveva in precolonia, beatamente, fra il fiume e la foresta a l fianco. Questi selvaggi ignoranti, che vivevano dove il sole del buon dio non dà i sui raggi, perché fino ad allora non si era sollevato abbastanza, senza le giuste e prebendate preghiere del Papa, dovevano essere subito portati sulla retta via, tanto retta che inizia, e forse non finisce mai, dall’atomo della materia al Big bang. Si fermerà quando Iddio deciderà che “sarà tempo”. Tempo? Cos’è, chiedevano ai missionari che mentre in atteggiamento missionario insegnavano alle loro donne come si chiava senza preservativo e con attenzione all’igiene prescritta dai Canoni, spiegavano che il Tempo era un segmento che va dalla vita alla morte, e che questo è per tutte le cose e perfino le rocce col Tempo si distruggono. Solo su, in Cielo, si trova la Vera Vita che, ma solo per chi se la merita, ti farà vedere la luce che non hai mai visto, così brillante che dovrai socchiudere gli occhi. Vendendo occhiali da sole, i Gesuiti fecero un sacco di soldi ottenendo gratis derrate da spedire a Toledo, in dono all’Inquisitore Supremo che è il più vicino a Dio, e così riuscirono già prima del ritorno, lasciata la Sifilide a pegno del loro agognato ritorno in terra selvaggia.
3) I Dogon, però se facevano sesso alla minnaffuttu, conoscevano il cielo meglio di loro: avevano una intera mitologia della Stella e del Giglio Carminio.

Soprannominata “Il cucciolo” (dall’inglese pup), si tratta una nana bianca, dunque una stella molto piccola e con un’elevatissima densità, la cui magnitudine apparente è di circa 8,44.
Appartiene alla classe spettrale DA 2-5, molto simile a Sirio A, ma a causa delle piccole dimensioni è 8 200 volte meno luminosa della sua ben più grande compagna, e 360 volte più debole del Sole. Di quest’ultimo ha praticamente la stessa massa (100-103% ma meno di un centesimo del diametro (0,84%)[4]). Infatti il suo diametro è di circa 11 700 km, meno del 92% di quello della Terra. Queste misure concordano con quelle teoriche di una “nana bianca al carbonio, che si sarebbe evoluta a partire da una stella di sequenza principale di classe B di circa 5 ± 0,3 M⊙ circa 125 milioni di anni fa e passata attraverso la fase di gigante rossa. Il sistema di Sirio ha infatti all’incirca 225-250 milioni di anni, e l’evoluzione stellare prevede che una stella con quella massa evolve in circa 100-125 milioni di anni[5][1] Un tempo Sirio B era dunque più luminosa di Regulus A, la quale attualmente è di classe spettrale B7. La temperatura superficiale è elevata (circa 24 000 K), come in tutte le stelle di questo tipo, ma Sirio B si sta lentamente spegnendo fino a diventare, tra miliardi di anni, una nana nera.
https://www.google.it/search?q=digitaria+dogon&rlz=1C1WPZB_enIT688IT688&tbm=isch&tbo=u&source=univ&sa=X&ved=0ahUKEwjgwPu9xeHaAhVIsBQKHanKBwUQsAQILQ&biw=1920&bih=900#imgrc=HIncCjb2ky1kWM:

Dicevamo che l’Italia medievale non c’entra con tutte queste cose, ma chissà Una cosa, però notai una volta nei bellissimi ma strani quadri di Botticelli: la distorsione delle forme nei piedi dei suoi personaggi, Eolo, come Venere, che per fortuna, ha i piedi un po’ protetti dalla conchiglia in cui viaggia, un Cardium, mollusco sacro dei Sardi. Come la Madonna di Bonaria. Ohia, non ne ho capito un cazzo, speriamo che almeno un po’ capiate voi.
Georghe Marco Sanna il Drago, obrero Aspirinensis

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