Sono i giovani i più poveri e penalizzati d’Italia. Secondo i dati Istat, infatti, nel 2015 la povertà assoluta, cioè la forma più grave di indigenza che non consente a chi la vive di accedere a quei beni e servizi necessari per una vita dignitosa, ha interessato ben il 10,2 per cento dei giovani tra i 18 e i 34 anni. Dati in controtendenza che per la prima volta vedono gli over 65 ai livelli minimi di povertà (4 per cento).

La crisi del lavoro penalizza il futuro dell’Italia, giovani e giovanissimi che sono in cerca di una prima o nuova occupazione e gli adulti rimasti senza un impiego.  Non solo. In Italia vivono in uno stato di povertà  1 milione 582 mila famiglie, quasi 4,6 milioni di persone. Il numero più alto dal 2005 ad oggi.

Lo rivela la Caritas Italiana che, il 17 ottobre, in occasione della Giornata internazionale di lotta alla povertà, ha presentato online il Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia e alle porte dell’Europa, ‘Vasi comunicanti’.

Secondo i dati raccolti nei 1.649 centri di ascolto delle Caritas italiane dislocati su 173 diocesi,  nel 2015, si sono presentate 190.465 persone. Il peso degli stranieri continua a essere maggioritario (57,2 per cento) rispetto al 42,2 per cento degli italiani. Le persone di cittadinanza non italiana sostenute dai centri sono maggiori al Nord (64,5 per cento) mentre la percentuale degli italiani più alta si riscontra nei centri del  Mezzogiorno (66,6 per cento).

Se negli anni scorsi erano soprattutto le donne a rivolgersi ai centri di ascolto, per la prima volta, nel 2015, si assiste ad una sostanziale parità di presenze tra uomini (49,9 per cento) e donne (50,1 per cento). L’età media delle persone è 44 anni. La maggior parte delle persone che chiede aiuto ha la licenza media inferiore (41,4 per cento) ed è coniugata (47,8 per cento), seguita dal 26,9 percento di celibi o nubili. I disoccupati e inoccupati rappresentano il 60,8 per cento del totale.  Chi chiede aiuto vive soprattutto in una situazione di povertà economica (76,9 per cento) e di disagio occupazionale(57,2 per cento).  Il 25 per cento ha problemi abitativi mentre il 13 per cento ha disagi familiari.

L’immagine dei vasi comunicanti, scelta dalla Caritas, ha un carattere ambivalente: da una parte aiuta a comprendere la relazione tra povertà, emergenze internazionali, guerre ed emigrazioni che caratterizzano questo preciso periodo storico, dall’altra si pone come auspicio per il futuro nella speranza che le gravi disuguaglianze socio-economiche che sono alla base dei movimenti migratori lascino il passo al benessere equo per tutti.

Proprio in considerazione della situazione di emergenza e “dell’inadeguata politica europea”, la Caritas ha deciso di affrontare il tema della povertà in Italia allargando il proprio sguardo oltre i confini nazionali.

Nel mondo infatti oltre 65milioni di persone sono costrette a lasciare il proprio Paese a causa di guerre, conflitti e persecuzioni.  Nel 2015 soltanto in Europa il numero dei profughi arrivati via mare è stato quattro volte superiore a quello dell’anno precedente, con un conseguente incremento anche del numero delle vittime nelle traversate. I numeri in continua crescita raccontano di un esodo di massa a cui non si era mai assistito e fanno luce sulle politiche di intervento europee.

Lo scorso anno nelle coste italiane sono sbarcati  153.842 migranti; 83.970 hanno fatto richiesta d’asilo mentre dieci anni fa i richiedenti asilo erano poco più di 10mila. Sempre nel 2015 si sono rivolti ai centri di ascolto Caritas 7.770 persone tra rifugiati e richiedenti: si tratta per lo più di uomini (92,4 per cento), con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni (79,2 per cento), provenienti soprattutto da Stati africani e dell’Asia centro-meridionale. Il 26 per cento è analfabeta, il 16,5 per cento ha la licenza elementare e il 22,8 per cento ha la licenza di scuola media inferiore. Come per gli italiani, tra loro prevale la condizione di povertà economica (61,2 per cento che coincide con la povertà estrema o la mancanza di reddito. Il 55,8 per cento vive il disagio abitativo. Non hanno più una casa e spesso sono costretti a vivere in situazioni di sovraffollamento. Inoltre devono far fronte ai problemi di istruzione come l’analfabetismo.

Anche nel caso dei migranti prevalgono le domande di beni e servizi materiali come pasti alle mense, vestiario, prodotti per l’igiene, e poi quelle di alloggio, in particolare i servizi di pronta e prima accoglienza. I centri di accoglienza hanno risposto alle situazioni di emergenza attraverso la distribuzione di beni di prima necessità (79,1 per cento) come la fornitura di vestiario (42,3 per cento), di pasti (34,1 per cento) e di prodotti per l’igiene/docce/bagni (19,8 per cento).

La Chiesa ha risposto all’emergenza con il progetto ‘Protetto. Rifugiato a casa mia’. Al 9 marzo 2016, le accoglienze attivate in 164 diocesi sono state circa 20mila: circa 12mila persone sono state accolte in strutture convenzionate con le Prefetture – Cas (con fondi Ministero dell’Interno); quasi 4mila persone sono state accolte in strutture Sprar (con fondi Ministero dell’Interno). Le parrocchie invece, con il sostegno dei fondi diocesani, hanno accolto oltre 3mila persone.  Più di 400 persone sono state accolte in famiglia o con altre modalità di accoglienza, con fondi privati o diocesani.

Con la crescente situazione di povertà, per la Caritas italiana l’unica strada percorribile è quella di un Piano Pluriennale di contrasto alla povertà, con una prospettiva di medio lungo-periodo e il graduale incremento degli stanziamenti tale da raggiungere tutte le persone in povertà assoluta e consenta di rafforzare adeguatamente i sistemi di welfare locale. Di fondamentale importanza è inoltre l’attivazione di politiche del lavoro tese a contrastare la disoccupazione, in modo particolare quella giovanile, insieme alla promozione e l’incentivazione di percorsi di studio e formazione per i giovani, soprattutto nelle famiglie meno abbienti.

Sul fronte della questione migratoria, la Caritas auspica l’attivazione di politiche inclusive, non discriminanti e non categoriali.

Foto Roberto Pili

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